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La scommessa municipalista e la rottura democratica

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di CARLOS HERAS RODRIGUEZ

La apuesta municipalista (“La scommessa municipalista”, Traficantes, 2014, € 8) è l’ultima pubblicazione dell’Observatorio Metropolitano di Madrid. Comparso nella collana Lemur (letture di massima urgenza) non è un lunghissimo trattato sul municipalismo come via di trasformazione politica radicale e sulla sua genealogia, o un’analisi dei suoi limiti. È piuttosto un manifesto di 160 pagine che prova a dare corpo a una scommessa politica che si fa qui (nel regno di Spagna) e ora.

E tuttavia ha qualcosa di genealogico perché il libro parte dalla ricca esperienza storica dell’Ottocento e del primo Novecento spagnolo, quando la richiesta e pratica di autogoverno locale erano diventate centrali: le organizzazioni civili che spingevano per una democratizzazione dello Stato si radicavano nell’ambito locale e opponevano l’autogoverno all'assolutismo monarchico e centralista (e cioè alla costruzione del moderno Stato-nazione); le insurrezioni civili anticlericali e antimilitariste erano all’inizio locali; il federalismo repubblicano d’ispirazione proudhoniana metteva al centro l’organizzazione sociale comunale come base di un ipotetico Stato radicalmente democratico e costruito dal basso all’alto; la prima Repubblica spagnola (1873-1874) veniva preceduta da varie sollevazioni su base locale, poi il progetto repubblicano si è radicalizzato e messo alla prova dalle sollevazioni “cantonaliste” (in realtà uno dei detonanti ultimi della sconfitta del primo progetto repubblicano); dopo il fortissimo movimento libertario spagnolo ci si è organizzati sulla base di federazioni locali che confluiranno nell’esperienza rivoluzionaria del 1936, in cui il problema dell’autogoverno locale e democratico ha coinciso con quello dell’abolizione della proprietà privata e con il comunismo. Al primo capitolo, sulle esperienze spagnole, segue quello sui verdi tedeschi e i “provos” olandesi negli anni ’70 e ’80, che serve a sollevare i problemi dell’autonomia dei movimenti sociali nei confronti dei processi elettorali, quello della dimensione strategica dell’attivismo e il pericolo del localismo, la tensione partito-movimento fondamentale in qualsiasi progetto di cambiamento istituzionale, ecc. Oppure la consapevolezza della difficoltà di costruire un’organizzazione capace di prendere il potere istituzionale su più scale territoriali senza abbandonare la politica di movimento e burocratizzarsi.

Oltre che la storia di un’idea, il libro che trattiamo offre anche una buona analisi del ruolo del municipio e il blocco della democrazia locale nel cosiddetto Regime spagnolo. Gli autori sanno benissimo che non si può parlare di municipalismo democratico senza prima pensare che ruolo hanno svolto le istituzioni locali nel ciclo di crescita economica basata sulla speculazione immobiliare, quello che dagli anni ’90 ha cibato le oligarchie locali e finanziato i comuni finché la bolla è scoppiata, portando ai risultati ben conosciuti. Sebbene il potere municipale abbia un’importante tradizione nello Stato spagnolo, che viene riconosciuta dalla costituzione, e infatti entro l’ordinamento legale si consentono diverse forme di autogoverno locale oltre il municipio rappresentativo (come l’organizzazione in assemblea vicinale dei servizi municipali e i beni comunali in zone rurali non irrilevanti), i comuni gestiscono soltanto un 14% dei fondi pubblici. Viene perciò data una grande importanza a incassi diretti dei municipi come le tasse sulla proprietà immobiliare e l’attività economica, per cui spesso l’edilizia è centrale per la sopravvivenza – e non solo sostenibilità – dei bilanci locali. Lo sviluppo del modello di accumulazione capitalistico spagnolo, basato sul credito, l’edilizia e il turismo (all’interno della divisione internazionale del lavoro europeo), ha trovato nella complicità delle istituzioni con le oligarchie locali il migliore degli alleati. La corruzione visibile nei grandi casi di tangenti e commissioni illegali legate a contratti di opere pubbliche (si veda lo scandalo della contabilità “B” del partito nel governo nazionale un anno e mezzo fa) non sono altro che la riproduzione della corruzione quotidiana, per cui le oligarchie locali e il potere municipali tendono a confondersi fino ad essere la stessa cosa. Il neoliberismo spagnolo si traduce nell’ambito locale in più spazi per la gestione privata della proprietà e i servizi pubblici in cambio di investimenti di dubbia utilità sociale e, nelle città più grandi, in un modello di concorrenza territoriali per lo scarso capitale. Tutte tendenze che gli ultimi anni si sono approfondite a causa della crisi e che si possono osservare nella città-regione di Madrid (a cui il libro dedica un intero capitolo), esempio paradigmatico di grandi opere, privatizzazione della gestione dei servizi pubblici (dalla televisione agli ospedali) ed esclusione sociale.

E allora, quale scommessa municipalista? La prima tesi del libro è di identificare il punto zero della democrazia nell’unità politico-amministrativa più piccola e vicina: il comune. La scommessa che propone l’Osservatorio Metropolitano è la pressa delle istituzioni più prossime ai cittadini per istituire pratiche di autogoverno e decisione diretta. La democrazia – sostengono gli autori – è “di vicinanza” e tra uguali oppure non è. E quindi si impongono due passaggi: quello di sgomberare gli attuali gestori dei municipi e quello di costruire le forze capaci di istituire tale democrazia di base locale, soggette alla fiscalizzazione collettiva, più simili alle dinamiche organizzative dei movimenti che alle burocrazie dei partiti di sinistra. Organizzazioni specificamente locali e costruite “dal basso”, ma capaci di federarsi per superare i limiti più ovvi della politica municipale (il particolarismo, l’ambito territoriale troppo ridotto).

Il contenuto del libro, di cui ho riportato alcuni spunti, potrebbe sembrare un esercizio di “finzione politica”. Invece La apuesta municipalista è un testo situato. È un testo che compare nel sesto anno di crisi capitalista e nel terzo anno post-15M e che parte di un’ipotesi semplice. Dopo la primavera del 2011 si è iniziato a rompere a grande velocità il consenso che sostiene e dà legittimità al Regime spagnolo: la democrazia liberale e l’economia di mercato come unica forma possibile di governo, il bipartitismo centro-destra/centro-sinistra con appoggi puntuali nei nazionalismi periferici come unico gestore possibile e l’unità territoriale dello Stato come garanzia di stabilità e uguaglianza. Il patto sociale non riesce più a soddisfare i bisogni di fette di popolazione sempre più larghe che si mobilitano contro l’impoverimento e per i diritti “civili” ma sopratutto materiali. Da questa rottura emerge una “maggioranza sociale” contro le politiche di austerità, l’esproprio del comune e la gestione autoritaria della crisi. Essa non si esprime né si rappresenta – per carità! – in termini di sinistra/destra, ma di cittadini contro casta politica, di 99% contro 1%, gente normale contro ceto politico, ecc. Le esperienze più innovative nelle forme e nei risultati hanno saputo leggere il deterioramento delle condizioni di vita materiali e conflitti come quello dell’indipendenza catalana come problemi di democrazia. Ricordiamo ancora una volta che il movimento per la casa intendeva l’“escrache” come pratica democratica, nel senso di pratica conflittuale di empowerment dal basso e richiesta di accountability dei rappresentanti eletti. E che ancora prima, il “movimento 15M” fin dai suoi primi giorni identificava la crisi della rappresentanza e la gestione neoliberista della crisi come un’unica cosa (“non ci rappresentano” e “la vostra crisi non la paghiamo” furono le prime parole d’ordine).

L’impasse prodotta dall’esaurimento della fase espressiva e la scarsità di risultati materiali nelle lotte ha aperto la via istituzionale come scommessa non esente da contraddizioni, ma necessaria. L’irruzione di Podemos, che dopo sei mesi di esistenza è segnalata dalla maggior parte dei sondaggi elettorali come seconda forza statale per intenzione diretta di voto, obbliga a spingere anche in quella direzione, provando nuove mutazioni nelle forme di assalto istituzionale. Così, la scommessa municipalista, che non è altro che il progetto di mettere le istituzioni locali al servizio dei soggetti colpiti dalla crisi, prende già corpo nelle iniziative di Guanyem/Ganemos, piattaforme elettorali che si costituiscono da pochi mesi nelle città più importanti dello Stato spagnolo (Barcellona e Madrid in primo luogo) e che proveranno a sussumere le strutture dei partiti realmente esistenti in progetti di trasformazione sociale movimentisti per le prossime elezioni comunali (maggio 2015). Sembra che il processo costituente sia già in corso dal basso e dall'alto. Da un lato, la chiusura del Regime alla ricerca di una riforma improbabile con gesti rilevanti come l’abdicazione del Re Juan Carlos I per il figlio Felipe due mesi fa. Dall'altro, la potenza sinergica e conflittuale dei movimenti sviluppatisi negli ultimi anni insieme a Podemos e le piattaforme municipaliste in marcia che contribuiranno ad accelerare l’indebolimento del mandato neoliberista la dove è ancora forte. Oggi come oggi non si tratta più di discutere la convenienza o meno della via istituzionale, ma di capire come quella via può servire a fermare la precarizzazione delle nostre vite e al contempo aprire uno scenario di opportunità per una trasformazione politica radicale nata dal conflitto sociale. Forse non è il terreno per noi più comodo, ma la scommessa è già lanciata. Il libro dell’Observatorio Metropolitano è un piccolo contributo per capirla e orientarla in un senso radicale, pur restando coscienti dei suoi limiti.