Stampa

La potenza sovversiva di un gesto

on .

di BENEDETTA PINZARI

Il gesto femminista. La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte (a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, DeriveApprodi 2014), nelle librerie dalla prossima settimana, racconta molto di più della storia di un segno. Attraverso le immagini e i contributi tra loro eterogenei che lo compongono restituisce la speciale saldatura fra teoria, pratica ed esperienza della lotta che ha nelle differenze segnato il complesso e diversificato arcipelago del femminismo italiano negli anni Settanta.

L’impostazione a più voci del libro si armonizza con l’eterogeneità dei contenuti che discutono quelle mani/vagine riprodotte, attraverso foto d’epoca, in forme e modi diversi in ogni pagina del libro. Ne risulta un sentiero di lettura tracciato collettivamente, che attraversa i processi di soggettivazione, la costruzione dell’identità sociale delle donne e soprattutto la guerra sempre aperta per la significazione combattuta sul terreno della sessualità. E forse, il merito più grande de Il gesto femminista è proprio questo: ricordarci che i significanti sono un campo di battaglia e che è compito delle lotte riempirli di senso e reinventarli nel lavoro politico quotidiano.

Il libro si apre con una genealogia del gesto femminista, collocato nella sua declinazione più politica proprio nella stagione del femminismo italiano degli anni Settanta. E prosegue con la disamina del potenziale corrosivo dal “farsi sesso delle donne” che quelle vagine mimate hanno rappresentato in un certo immaginario machista ancora attuale. Dagli insegnamenti che vengono da quella lettura del corpo in chiave biopolitica – il corpo non è astorico e su di esso s’inscrivono tutte le contraddizioni del reale – al rifiuto dei ruoli imposti alle donne, il quadro d’insieme delineato dal libro è quello che fa riferimento a un attacco serrato al capitale, alla sua organizzazione del lavoro e alla sua potestà semantica, ovvero alla capacità di imporre schemi cognitivi normativi sui corpi, in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Ma non si trattava di rivendicazioni portate e agite solo nelle piazze. Il mondo della critica e della pratica artistica femminista si rivoltava, “sputando” su tutti quei codici della subalternità che ponevano le donne in una condizione di minorità intellettuale tanto nei termini della produzione quanto in quelli della fruizione dei prodotti culturali.

Attraverso quelle mani congiunte si è aperta la possibilità di contestualizzare la corporeità femminile dentro uno spazio politico nuovo, percorribile solo a partire da un rifiuto secco dell’architettura del tempo storico tradizionale che aveva spinto le donne ai margini della lotta di classe. L’epopea dell’uomo bianco, ben radicata nella modernità occidentale, si trovava a fare conti con nuove soggettività potenzialmente rivoluzionarie, e sicuramente sovversive, cioè capaci di rovesciare discorsi pratiche e forme della relazioni tra i sessi consolidati nel tempo.

Nello spazio che si apre fra quelle mani congiunte a descrivere la vagina, il sesso invisibile delle donne si è fatto carne viva, ha ridefinito se stesso dentro un inedito regime di visibilità e svelato tutte le menzogne secolarizzate del patriarcato. La teleologia del piacere femminile inventata dal capitale per scaricare sulle donne il peso della riproduzione dell’intero processo sociale era stata così radicalmente messa in discussione.

Ciò che Bussoni e Perna ci propongono con Il gesto femminista non è la commemorazione nostalgica di una stagione di lotte. Piuttosto, l’invito è quello di provare ancora a guardare il mondo da quella fessura. Oggi, forse la capacità di quello sguardo altro, sovversivo perché foriero di differenze, non è venuta meno, ma quel che è certo è che il presente offre un’immagine di sé molto più complicata da interrogare.

Può sembrare una banalità dire che l’ideologia neoliberale si è dimostrata rapace nel fagocitare molte delle componenti di quell’immaginario di ribellione. Tuttavia interrogarsi su quali meccanismi di cattura dei desideri, delle conquiste e delle pratiche politiche il capitalismo contemporaneo abbia messo al lavoro continua a non essere semplicemente un esercizio di stile, ma piuttosto un nodo politico dirimente che diventa fondamentale sciogliere per chiunque abbia a cuore forme di relazione sociale e cooperazione, tra i sessi e non solo, capaci di rompere le catene dei rapporti sociali capitalisti.

In questo senso, Il gesto femminista ci invita a recuperare e ad assumere anche una prospettiva di metodo. Quella che vede l’autodeteminazione passare solamente attraverso la rottura conflittuale con i dispositivi che producono i generi e le soggettività. Si tratterebbe, in breve, di non delegare a nessun apparato di potere, media compresi, la possibilità di scegliere come praticare la propria libertà. Si tratta di impedire che tutte le pratiche di lotta per l’emancipazione vengano smembrate, depoliticizzate e normalizzate, che venga cioè operata su di esse una selezione, le pratiche di emancipazione che il capitale assume come “buone” e quelle che assume come “cattive”, ovvero che finiscano “dentro il frullatore del tardo capitalismo”.

Le donne, giovani, giovanissime, anziane, bambine, da sole o in gruppo, ritratte nelle foto hanno congiunto le mani nel segno della vagina mosse soprattutto dalla convinzione che la condizione preliminare di qualsiasi discorso su loro stesse fosse la distruzione degli steccati con cui il modello fordista della società recintava tutti gli ambiti della vita, a partire proprio dalla sessualità e dal ruolo che in quanto donne dovevano occupare nella società. Oggi, gli steccati che delimitavano l’esperienza delle donne in epoca fordista, si sono fatti estremamente mobili. Il capitalismo neoliberale ha dispiegato pienamente tutta la propria capacità di modularsi a seconda delle sue necessità strutturali. Basti pensare al merchandising della trasgressione, che adegua soggettività multiformi a un mondo dei consumi, pensato per essere omogeneo, innescando il riflusso normativo delle differenze. Questo per dire che anche dal punto di vista del capitale quello della produzione di soggettività é al tempo stesso un’esigenza e un problema.

Un buon suggerimento su come rispondere al potere normalizzante del capitalismo ci viene da Cristina Morini: “Il travaso di controvalori positivi biopolitici che il femminismo ha operato in generale nei confronti dei movimenti non deve essere incosciente, ma consapevole. Va rivendicato fortemente e da tale cognizione si deve trarre la capacità di osare uno scarto in avanti”. È, quindi, indispensabile rideclinare quelle esperienze di lotta su un piano il più possibile estensivo.

La lotta delle donne non è certo finita e la catena del controllo che passava per le identità sessuali ha imbrigliato tutto il corpo sociale, ricompreso dentro la cornice di un’esistenza precaria tanto più tangibile quanto più la si guarda nell’ambito della sua riproduzione. La sfida che in varia misura i saggi raccolti nel volume ci propongono, è ancora una volta quella di partire da sé, mettere al centro la vita. Non solo dal punto di vista del bìos ma, anche della zoe, cioè “quella parte della vita che non sa stare con la politica”.

È fondamentale che la libertà di scegliere quale corpo essere e come incarnare se stessa o se stesso sia fra le condizioni d’esistenza di ogni soggetto.

Quindi quale nuovo significato dare alla corporeità per continuare a squarciare la trama stretta dell’immaginario normalizzato? Come raccontano molti passaggi de Il gesto femminista quello della vagina è stato un gesto scabroso al punto che è fra quei simboli politici che ancora oggi fatica ad essere accettato proprio perché sovversivo. Nonostante l’ipermediatizzazione del corpo femminile quella vagina parla ancora un linguaggio di rottura rivoluzionario. A degli osservatori disattenti potrà sembrare paradossale.

Proviamo a pensare al caso italiano. Come molto femminismo legato ai partiti di governo vorrebbe far intendere, passata la pesantissima sbronza dell’era berlusconiana, di cui il corpo femminile è stato fra i protagonisti indiscussi, finalmente lo scenario che si profila è quello di una pace fra i generi. Eppure la morsa normativa sul corpo e sul ruolo delle donne non si è affatto allentata. La legge contro la violenza di genere, approvata dal governo Letta, impone la non revocabilità della querela da parte della vittima che subisce violenza e mette come aggravanti per il reato il ruolo sociale e affettivo rivestito dalla donna. Altro esempio è la minaccia da parte delle donne delle istituzioni di dispiegare un apparato censorio per ripulire il mondo delle pubblicità e delle televisioni dell’immagine femminile di matrice berlusconiana. Tutto questo mentre il tasso di obiezione di coscienza sale di anno in anno e con l’acuirsi della crisi il diritto all’aborto è seriamente messo in discussione. È proprio a partire dalla necessità del capitalismo neoliberale di controllare e organizzare la forza lavoro nel migliore dei modi possibili dentro la crisi che l’agibilità politica delle donne dentro lo spazio pubblico viene erosa in maniera sempre più preoccupante.

Il gesto della vagina faceva così male perché si scontrava e svelava una storia secolare di soprusi. La domanda viene quasi spontanea: siamo in grado oggi di reinventare un immaginario di segni, discorsi e pratiche politiche in grado di nominare, irridere e corrodere davvero i tanti binari su cui passa la brutalità della società capitalistica? La risposta non è affatto semplice e il prezzo pagato per aver permesso che quelle vagine venissero messe a tacere è stato altissimo, così come importantissimo é il valore di quelle storie rivoluzionarie e la sfida rivolta al presente che non dobbiamo mai smettere di raccogliere in esse.