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In difesa dei riot di Ferguson

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di ROBERT STEPHENS II

Chi protesta a Ferguson non è né irrazionale né apolitico, ma sta cercando di dar visibilità alle proprie condizioni e bisogni.

Durante il fine settimana la polizia di Ferguson (Missouri) ha ucciso Michael Brown, un adolescente nero. I dettagli sono ancora confusi, ma risulta chiaro che durante un confronto con una pattuglia della polizia a un isolato di distanza dalla casa di sua nonna un agente ha sparato e ucciso l’adolescente disarmato in mezzo alla strada. I testimoni dicono che Brown stava scappando dal poliziotto e che aveva le mani in alto poco prima che l’agente gli sparasse.

Ferguson è una città con una grande concentrazione di neri poveri, i quali vivono sotto il controllo di istituzioni composte per la stragrande maggioranza da bianchi. L’uccisione ha immediatamente toccato un nervo scoperto. Si sono susseguite manifestazioni e proteste e molte persone sono scese in strada, alla fine è esploso il riot. La varietà delle pratiche messe in campo spaziava dalle fiaccolate presso il luogo della morte di Brown all’incendio di un certo numero di negozi e ai cocktail molotov lanciati durante gli scontri con la polizia. Come si è arrivati a tanto?

Lungi dall’essere un’insensata folla violenta, la gente di Ferguson si è messa in gioco grazie a una presa di coscienza politica che ha generato un momento insurrezionale. Un video delle proteste mostra una serie di agitatori politici rivolgersi alla folla trasformando la temporanea indignazione in unità politica. Un oratore in particolare, un giovane uomo di colore, si prodiga in una convincente analisi politica che ben inquadra l’ingiustizia della brutalità poliziesca come effetto dell’isolamento economico della comunità.

Continuiamo a dare i nostri soldi a questi bianchi, viviamo nelle loro case, e così non possiamo certo ottenere giustizia. Non c’è nessun rispetto. Sono sempre pronti a metterti alle strette se non paghi una bolletta ... Non se ne può più.

I riot, come altre forme di azione politica, possono creare solidarietà e forti sentimenti legati a un’identità comune. L’indignazione di Ferguson ha rapidamente attratto persone emarginate provenienti da tutta la regione. Anziché prova di illegittimità, la presenza di questi “outsider” era il riflesso della potenza magnetica del momento politico.

Sin dall’inizio le manifestazioni contro la polizia che hanno preceduto i riot sono state caratterizzate da una chiara dinamica “noi contro di loro”. A un certo punto durante il corteo la donna che regge la fotocamera esclama: “Dove sono i teppisti, eh? Dove sono le bande di strada quando ne abbiamo bisogno?” E la folla inizia allora a chiedere alle varie streetgang di lasciar perdere la violenza “nero contro nero” e di unirsi alla lotta contro l’oppressione. La comunità si è unita, pronta all’azione. La polizia era il problema, bisognava fermarla.

La folla non era né irrazionale né apolitica. Anzi, ha cercato di sfruttare quest’opportunità per dare visibilità a istanze politiche più generali. Le persone erano coscienti che certamente anche la violenza intrarazziale all’interno della comunità rappresenta un problema, e che nella maggior parte dei casi gli autori delle violenze sono i figli, i cugini, gli amici e i vicini delle proprie comunità. Sebbene molti sostengano che i neri non si preoccupano della violenza all’interno delle proprie comunità, gli inviti della folla all’unità tra gang al contrario dimostrano che le rivolte contro la polizia offrono opportunità uniche per unire le persone, quindi anche per cercare di risolvere problemi strutturali quali la violenza tra bande. 

In seguito al momento insurrezionale i partecipanti hanno continuato a discutere in termini politici. DeAndre Smith, presente al centro commerciale bruciato QuikTrip, ha dichiarato ai media locali: “Credo che siano troppo preoccupati per quello che sta accadendo ai propri negozi e alle proprie attività. Non lo sono abbastanza per l’omicidio”. Un secondo uomo ha aggiunto: “Penso solo che quello che è successo era necessario, per dimostrare alla polizia che non può sempre fare quello che vuole”. Poi Smith conclude: “non credo si sia fatto abbastanza”.

In una seconda intervista, questa volta per Kim Campana del St. Louis Post-Dispatch, Smith pare addirittura aver rafforzato la propria convinzione nel riot come praticabile strategia politica.

È esattamente quello che deve succedere quando un’ingiustizia accade nella vostra comunità... Sono stato qui, con la comunità, e questo è tutto quello che posso dire... Onestamente, non penso proprio che sia finita qui. Penso che quanto successo, proprio qui a St. Louis, nell’ultimo stato ad abolire la schiavitù, significhi lottare. Loro pensano di avere ancora potere su certe cose? Credo di sì. 

È così che ci prendono i soldi: business e tasse, polizia che ferma e multa le persone, le porta in tribunale, le fa rinchiudere – questo è il modo in cui fanno i soldi a St. Louis. Tutto è questione di soldi a St. Louis. Così, se il loro flusso di reddito si interrompe, si organizzano... ‘noi mangiamo, voi morite di fame’, gentrification – ti mettono in un certo quartiere da soli e guardano se davvero muori di fame ... Ma non succederà, non a St. Louis. 

Smith identifica quello che tanti sedicenti anti-razzisti di sinistra non riescono a capire, cioè che il razzismo non è una questione morale. Riconosce che è l’ordine economico più generale a promuovere l’oppressione razziale e a trarne vantaggio, dunque sta cercando dei modi per intervenire e interrompere questo processo. Non solo questa è un’analisi più sostanziale di quella generalmente proposta dalla sinistra, ma è agendo su questa analisi che si materializza la possibilità di estirpare la radicatissima gerarchia razziale.

In genere, quando si verificano eventi come la ribellione di Ferguson, molte brave persone si affrettano a condannare i partecipanti. Come minimo, i riot vengono liquidati come improduttivi e opportunisti – le solite poche mele marce che rovinano l’albero. Questo è precisamente l’atteggiamento che Deandre Smith criticava nella sua prima intervista. La maggior parte dei detrattori, tra cui alcuni neri, cercano di vigilare queste comunità per mezzo della cosiddetta “politica del decoro” – un appello agli sfruttati a presentarsi in modi consoni per la classe dominante nel tentativo di ottenere dei risultati politici. 

Citiamo un articolo dello scienziato politico Frederick Harris scritto quest’anno:

Quella che ebbe inizio come una filosofia elaborata dalle élite nere per ‘sollevare la razza’ correggendo i tratti ‘negativi’ dei neri poveri si è ora evoluta in una delle caratteristiche costitutive della politica nera nell’epoca di Obama, una filosofia di governo incentrata sulla gestione comportamentale delle persone di colore lasciate indietro in questa società, propagandata però come un’opportunità. 

La politica del decoro è rappresentata come strategia di emancipazione per oscurare i dibattiti su quelle forze strutturali che impediscono la mobilità dei neri poveri e delle classi lavoratrici.

Mentre i riot spesso servono a spronane il corso degli eventi in una comunità, con il potenziale di sprigionare un’energia politica aggregata verso direzioni dinamiche e imprevedibili, la stantia politica del decoro, invece, solo produce più emarginazione e isolamento. Ora è possibile essere in disaccordo con l’utilità o meno di un’insurrezione. Ma le reazioni di queste comunità all’oppressione devono assolutamente essere discusse in termini politici, non vanno semplicemente messe in secondo piano. 

Viviamo in un contesto di supremazia bianca e di capitalismo neoliberista, dove le politiche razzialmente neutrali servono solo a preservare lo sfruttamento di classe e la gerarchia razziale, e dove tutti i tentativi espliciti di affrontare il razzismo vengono liquidati o ignorati. L’unico risultato di queste politiche è dunque intensificare l’isolamento economico e la povertà vissuta da chi sta ai margini. 

Quello che sia gli intervistati dai media locali sia la folla sulla scena della morte di Brown sembravano tutti capire era la necessità di interrompere l’interazione tra oppressione razziale e capitalismo. Sapevano che un semplice corteo o una qualche altra forma accettabile di benigna indignazione non sarebbero stati sufficienti per dar voce alle proprie esigenze politiche – e non avevano torto.

Molti di noi si sono affrettati a condannare questo tipo di pratiche perché siamo in realtà rassicurati dall’illusione post-razziale del neoliberismo. Al QuikTrip incendiato qualcuno ha lasciato un messaggio rivolto al “vicino imprenditore”, nella speranza che avrebbe potuto riaprire presto: “Caro Vicino Imprenditore, mi dispiace per il saccheggio e per la violenza. Per favore torna presto. Io vengo qui due o tre volte la settimana”.

Affrontare gli effetti dei riot che emergono è una questione politica di grande importanza. Per esempio, è possibile che questa persona, nell’identificare sé e gli altri come clienti bisognosi del vicino imprenditore, non agisca per via della preoccupazione per i lavoratori che hanno perso il lavoro – i suoi veri vicini – ma per via del timore che la propria routine di shopping salti. Come ha osservato Deandre Smith, tendiamo a identificarci maggiormente con le vetrine rotte piuttosto che con le persone.

Dal Boston Tea Party alla Ribellione di Shays, furono i riot a fare l’America, nel bene e nel male. In passato i rivoltosi bianchi hanno avuto accesso al potere istituzionale, che ha permesso loro di legittimare e vincere alcune delle proprie rivendicazioni, se non altro per quanto possibile in una società capitalistica. La chiave per la sollevazione di Ferguson, così come quella di qualsiasi momento di rottura politica, è la trasformazione della rabbia e del riot in organizzazione politica. Più facile a dirsi che a farsi – ma è senz’altro una migliore reazione che rigettare i riot, il che solo rende più difficile per le persone la realizzazione di questo erculeo compito.

Malcolm X ci ricorda che i media sono un fondamentale strumento d’oppressione perché determinano quali sono gli atti rispettabili e quali sono quelli estremi, dunque illegittimi. Invece di rifarci al solito familiare copione, impegniamoci a respingere quelle narrazioni che ritraggono i protagonisti dei riot come apolitici. Dobbiamo trovare il modo di osservare e discutere onestamente le istanze politiche che questi esprimono, piuttosto che limitarci a criticare la natura della loro reazione alla violenza sociale.

 

* Pubblicato su “Jacobin”. Tradotto da Ivan Bonnin (@ivnbkn).