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Forza contro forza: la lotta di classe nella valle della logistica

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di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO

Ha ragione Il Sole24 Ore, tra i pochi organi di “informazione” che riporta i fatti precisando l’importanza della partita. Lo fa con l’arrogante chiarezza e lo spudorato uso delle menzogne di chi senza fronzoli difende gli interessi della propria parte, quella dei padroni: “Non è facile fare impresa quando per dieci mesi la propria attività viene compromessa da una ventina di facinorosi che bloccano di fatto le operazioni di uno tra i principali player dell’agroalimentare italiano, da cui dipende il reddito di 2.100 famiglie e una filiera di almeno 10mila persone”.

Ebbene sì, sulla cosiddetta vertenza Granarolo è in corso un vero e proprio “braccio di ferro”, di straordinaria importanza. Da una parte ci sono i 51 lavoratori licenziati a maggio dal consorzio di cooperative Sgb, uno dei gruppi che concentra gli appalti del settore e procura facchini a basso costo per le imprese che possono così far crescere gli utili, in questo caso Cogrefrin (che gestisce all’interporto di Bologna l’import-export di materie plastiche tra i paesi arabi e l’Europa) e Granarolo (il colosso del caseario leader dell’agroalimentare in Italia, che sta puntando a guadagnare nuovi mercati internazionali). Dall’altra parte Sgb, i suoi clienti Granarolo e Cogefrin, e Legacoop, organo di rappresentanza delle cooperative “rosse”. E se i facchini licenziati non sono per nulla intenzionati a dismettere i blocchi che da mesi interrompono il ciclo produttivo/distributivo delle due aziende, né le iniziative di boicottaggio dei prodotti a marchio Granarolo (che anzi dilagano ben oltre Bologna), Sgb, Granarolo, Cogefrin e Legacoop stanno giocando il tutto per tutto, incuranti perfino del rispetto della legalità e dei diritti formali. Nel mese di maggio hanno chiesto e ottenuto che la commissione di garanzia sullo sciopero dichiarasse “servizio essenziale” la distribuzione di latte e derivati, ponendo le merci distribuite da Granarolo sotto la tutela della legge 146 che regola le limitazioni del diritto di sciopero (quella che garantisce servizi di pubblica utilità come i trasporti). È una norma che i giuslavoristi sostengono inapplicabile, perché Granarolo non lavora in posizione di monopolio, nel senso che seppure il latte è da considerare “bene di prima necessità”, nei supermercati, nei bar o negli ospedali può sempre arrivare latte diverso da quello a marchio Granarolo.

La partita tutta via non si limita agli attori formalmente coinvolti. Insieme ai 51 facchini licenziati si è schierato un piccolo sindacato di base, il Si. Cobas, centri sociali e collettivi universitari, precari e studenti. Si è cioè messo a punto un dispositivo politico e di lotta articolato ed efficace, capace di spaziare dal piano vertenziale a quello comunicativo (squarciando così, attraverso siti e social network, l’iniziale cappa del silenzio mediatico), dai blocchi e picchetti alle iniziative di boicottaggio, dalle guerriglia informatica (nei giorni scorsi Anonymous ha attaccato e ha fatto crollare il sito di Granarolo) alla produzione di materiale per la difesa legale. La controparte ha invece chiamato a raccolta i poteri costituiti della “rossa” Bologna: prefetto e procura (per i blocchi sono state sfornate centinaia di denunce), sindaco e assessori, esponenti della Cgil e organi di informazione, tutti disposti senza se e senza ma a far quadrato per sostenere Granarolo, Cogefrin e Legacoop.

È in questo scenario, dunque, che va collocata l’escalation, negli ultimi giorni, dell’offensiva padronale contro la lotta dei facchini. Da quando cioè i lavoratori hanno avviato, lo scorso 20 gennaio, un presidio permanente davanti ai cancelli dello stabilimento Granarolo per chiedere il rispetto dell’accordo sottoscritto a luglio in Prefettura tra le parti, ossia dal sindacato Si Cobas che organizza i facchini licenziati e dai rappresentanti di Cogefrin e Granarolo, alla presenza di Legacoop e Cgil. L’accordo non aveva nulla a che vedere con l’astratta disponibilità a trattare, bensì era il frutto della radicalità della lotta: imposto dai lavoratori, non regalato dalla concertazione di sindacati e padroni. Era infatti arrivato dopo oltre settanta giorni di blocchi e picchetti ai due stabilimenti, cariche della polizia, iniziative di boicottaggio, un corteo per le strade di Bologna e quattro incontri con il prefetto intervenuto per “mediare”. L’accordo prevedeva il reintegro di 23 dei 51 lavoratori – licenziati per aver scioperato contro un illecito taglio in busta paga del 35% per “motivi di crisi” – e un impegno a ridiscutere la posizione dei restanti 28 entro il 30 settembre. Lavoratori e sindacato, dal canto loro, si erano impegnati a interrompere i blocchi, ma con una ferma promessa: “se non saranno reintegrati tutti entro settembre torneremo a Granarolo con tutta la forza che abbiamo già espresso”, aveva scritto uno dei facchini sul suo profilo facebook. E così è stato.

La riorganizzazione padronale

La vertenza si inserisce in quello che abbiamo definito un ciclo di lotte che negli ultimi due anni almeno ha costretto molte cooperative della logistica a cedere alle richieste dei lavoratori. In particolare, per l’applicazione del contratto collettivo nazionale del settore e per il rispetto di carichi e ritmi di lavori sottoscritti per contratto ma sistematicamente trasgrediti a suon di ricatti e licenziamenti. Tuttavia, soprattutto nell’ultimo anno, a fronte delle vittorie dei facchini il fronte padronale si sta riorganizzando. E quanto più le conquiste dei lavoratori sono state significative, tanto più la reazione padronale è stata dura e violenta, tesa a riprendersi ciò che le lotte avevano strappato con le unghie e con i denti. Ne è un esempio il contratto collettivo nazionale del settore sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil, fortemente contrastato dai sindacati di base Si Cobas e Adl Cobas, che comporta un significativo arretramento sul terreno dei diritti dei lavoratori.

Nel quadro di tale riorganizzazione, le impresa da un lato – come fa Granarolo – cambiano gli orari di carico e scarico delle merci per provare ad aggirare i blocchi, oppure dislocano pezzi della produzione; dall’altro, investono parzialmente in tecnologia, per ridurre costi e numeri della forza lavoro. È questo il caso dell’Artoni di Padova, al centro nelle ultime settimane di un altro importante fronte di lotta: lì le nuove macchine hanno permesso all’azienda di riprendersi un pezzo delle conquiste strappate dai lavoratori. Ciò dimostra almeno due cose. Innanzitutto, l’uso politico della crisi da parte dei padroni: gli investimenti in nuove tecnologie, al pari dell’espansione sui mercati internazionali, rivelano come austerity e sacrifici imposti ai lavoratori siano una scelta e non una necessità. Nella logistica sono le lotte a spingere avanti lo sviluppo: il punto politico, di scontro strategico, è chi lo controlla. In secondo luogo, bisogna fare molta attenzione a non interpretare i conflitti in questo settore come un ritorno al passato. È sufficiente partecipare a qualche picchetto per rendersi conto come pratiche di fine Ottocento o inizio Novecento (per esempio l’utilizzo dei crumiri nascosti sui camion o impiegati per attaccare gli scioperanti) si combino con le forme più avanzate dello sviluppo capitalistico; la dura sofferenza fisica dei facchini si riconfigura in un ambito produttivo ad alta concentrazione di conoscenza. Si conferma qui la centralità del sapere, circolante nelle catene o condensato nelle macchine: ma lungi da ogni interpretazione progressiva e deterministica, il sapere è anche un dispositivo di gerarchizzazione e sfruttamento, un campo di battaglia per e contro l’accumulazione di capitale. “La logistica è la logica del capitale”, spiegava durante un dibattito un lavoratore, facchino all’interporto bolognese e studente di informatica: lo faceva a partire non dall’astrazione del concetto, ma dalla sua determinazione nelle lotte. Possedere la conoscenza del ciclo produttivo, delle sue coordinate spaziali e temporali, è un’arma formidabile forgiata negli arsenali del padrone e rovesciata contro di lui.

Anche quello a cui stiamo assistendo in questi giorni a Bologna è uno degli esiti di tale riorganizzazione. Qui si configura con la chiamata a raccolta di politica e potere giudiziario, sistema economico e i media, per provare a raccontare un’altra storia. Con un’offensiva comunicativa in grande stile, che ha scomodato anche penne prestigiose della stampa nazionale, hanno messo in giro la narrazione per cui Granarolo è in balia di un gruppo di provocatori e che l’accordo sottoscritto in prefettura a luglio non sarebbe stato rispettato perché le proteste non si sono mai fermate. A rincarare la dose ci ha pensato il prefetto Sodano che ha dichiarato che “non si può trattare con una pistola puntata alla tempia”. La stessa offensiva ha sostenuto e perfino provato a giustificare l’arresto di due lavoratori (uno dei quali delegato sindacale): effettuato dalla polizia, coperto dalla procura, sostenuto dalla Cgil, che in un comunicato infame si dice preoccupata delle sorti dei duecento lavoratori... dentro l’azienda! Solo la determinazione di lavoratori e compagni, con un ampio dispiegamento di prove video e insieme alla competenza giuridica di alcuni avvocati, ha permesso ai lavoratori di tornare in libertà. A dimostrazione che Bologna può finalmente spaccarsi su linee di classe: questo è uno dei terreni su cui insistere, per generalizzare le lotte.

Granarolo intanto ha scritto una lettera ai bolognesi, pubblicandola a pagamento sulle testate locali. Finge di prendere le distanze dalle cooperative che hanno licenziato i 51 facchini, le stesse che negli anni le hanno permesso di raggiungere fatturati con cifre a nove zeri, e si lamenta per il danno che i blocchi producono all’azienda e ai cittadini. Nel frattempo, nei supermercati sempre più spesso i prodotti Granarolo sono in sconto, un espediente per recuperare quella quota di mercato persa, visto che aumentano le persone che non credono più alla balla del marchio “solidale”. D'altro canto, di questi tempi Granarolo sembra proprio essere generosa in regalie. Il 23 gennaio, prima che la polizia si accanisse con brutale violenza su un picchetto pacifico, utilizzando dispositivi d’offesa come gas urticanti, tecniche di rottura degli arti e pugni in faccia, gli uomini del reparto mobile che presidiavano lo stabilimento sono stati visti uscire con pacchi di latte e mozzarelle. Un incentivo per il lavoro sporco che da lì a qualche ora avrebbero fatto!

Faccia a faccia con l’Emilia “rossa”

Sin da subito, la lotta alla Granarolo aveva mostrato tratti paradigmatici. Approdando nell’Emilia “rossa”, i conflitti raggiungevano il cuore del sistema delle cooperative, intorno cui è organizzato il lavoro nella logistica di distribuzione. È stato cioè aggredito il sistema di intermediazione del lavoro attraverso le cooperative là dove è storicamente più forte, dove le cooperative costituiscono un’articolazione fondamentale dell’intreccio tra potere economico, politico e sociale, fin dal secondo dopoguerra saldamente nelle mani della sinistra. Persa ormai finanche la lontana eco del mutualismo conflittuale e autonomo delle origini, le cooperative funzionano esclusivamente come canali d’intermediazione del lavoro, di abbassamento dei suoi costi e di privatizzazione del welfare, operando in una sorta di zona franca in cui eludono sistematicamente i diritti dei lavoratori e le normative in materia di fiscalità. E non bastano i distinguo metodicamente operati da Legacoop tra cooperative “virtuose” che rispettano i diritti dei lavoratori e cooperative “spurie” che li trascurano. È il sistema di intermediazione in quanto tale, ovvero la continua deregolamentazione del lavoro che ciò comporta, a costituire il problema. Un problema visibilmente aggravato dalla preponderante presenza di lavoratori migranti razzializzati, ad alto livello di ricattabilità e perciò sottoposti a tempi e ritmi di lavoro particolarmente insopportabili.

La lotta dei facchini di Cogefrin e Granarolo, tuttavia, ha qualcosa di paradigmatico anche perché aggredendo il sistema della cooperative ha toccato un nervo scoperto dell’attuale sistema di gestione e organizzazione di gran parte del lavoro precario in Italia. Ciò che è in gioco, dunque, va ben al di là di una vertenza di settore. Vincere questa battaglia vuol dire aprire uno spiraglio per migliorare le condizioni di vita e lavoro dei facchini in tutta Italia, ma anche dei tanti precari schiacciati nel perverso sistema di ricatto e sfruttamento delle cooperative. Legacoop e la Cgil lo sanno bene. Per questo hanno tanta paura di 51 lavoratori migranti licenziati, di un piccolo sindacato di base, di studenti e militanti di centri sociali e collettivi universitari, e sono quindi disposti a giocarsi il tutto per tutto.

Dal canto loro le aziende, in questo caso Cogefrin e soprattutto Granarolo, guardano con estrema apprensione ai blocchi della produzione. Quando i cancelli di Cogefrin vengono picchettati salta l’intera filiera della distribuzione: le merci non escono dallo stabilimento, non arrivano in tempo sulle navi e quindi a destinazione. E per riportare il sistema ai suoi ritmi occorrono almeno una decina di giorni. Non c’è dunque soltanto un danno economico, pur sempre ingente; il rallentamento del ciclo distributivo si ripercuote a catena sull’intero sistema producendo danni anche ad altre imprese, e nessuna azienda è disposta ad assumersi tale responsabilità. In uno stabilimento come Granarolo che lavora prodotti “freschi”, quattro ore di blocco vogliono dire 2-300.000 euro di danno, a cui va aggiunto il danno d’immagine, amplificato dalle campagne di boicottaggio. E si sa quanto nel capitalismo contemporaneo colpire l’immagine significhi immediatamente colpire i processi di valorizzazione del capitale. Insomma, se i facchini della logistica volevano dismettere la dimensione rituale delle lotte sul lavoro dei sindacati confederali per far davvero male ai padroni, ci sono pienamente riusciti. E la loro forza, la forza della loro lotta, è ciò che oggi più di tutto fa paura.

Uno straordinario spazio di soggettivazione

Se il fronte padronale ha ben presente la posta in palio di questo “braccio di ferro”, come mostra appunto il giornale di Confindustria, la parte del lavoro vivo ha le idee altrettanto chiare. Studenti, precari e militanti che da tempo sono insieme ai lavoratori davanti ai cancelli delle imprese della logistica, non lo fanno esclusivamente spinti da un’etica solidaristica, per quanto l’indignazione sia evidentemente un motore di grande importanza in qualsiasi processo di conflitto allargato. Sono lì, innanzitutto, perché riconoscono in quelle lotte e in quei lavoratori un tratto comune. Oggi dire “siamo tutti facchini” non significa immergersi in sogni di palingenesi sociale o terzomondista, né – come affermano con sorprendente sintonia alcuni teorici militanti e la nostra controparte – trascurare le differenze ovvie che passano tra un facchino e uno studente. Fermandosi a questa constatazione sociologica, bisognerebbe trarne la conseguenza che i facchini dovrebbero stare soli davanti ai cancelli e gli studenti all’università, proprio come vorrebbero i padroni. Oltre a dimenticare quei facchini che sono anche studenti o quegli studenti sfruttati nel sistema delle cooperative, e a non comprendere i processi di precarizzazione e impoverimento strutturale che stanno investendo l’intera composizione del lavoro vivo, il punto politico che qualcuno sembra ignorare è che vincere a Granarolo significa essere tutti più forti, perdere essere tutti più deboli. Quando abbiamo detto e ribadito che le lotte della logistica hanno possibilità di generalizzazione, è esattamente questo il nodo: non si tratta di immaginare, in modo lineare, di aver trovato un qualche bandolo della ricomposizione, semplicemente di identificare in queste lotte oggi uno dei gangli nevralgici del conflitto sociale nel suo complesso.

Esse sono anche, o meglio innanzitutto, uno straordinario spazio di soggettivazione. Qui, nella dura materialità dello sfruttamento e del conflitto, della necessità di misurarsi con la quotidiana costruzione dei rapporti di forza, non c’è davvero spazio per le certezze ideologiche e identitarie in cui spesso si rifugiano le organizzazioni di movimento nei momenti di impasse e difficoltà. Sono, quindi, un decisivo spazio di crescita soggettiva e formazione, perfino di ri-formazione, anche per i militanti giovani e meno giovani che vi partecipano. Questa è, del resto, una costante storica: nelle lotte i processi di soggettivazione si accelerano in modo straordinario. O, per dirla con Marx, “venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici, ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni”.

Il tema della corruzione e lo slogan “Legacoop mafia”, per esempio, sono continuamente ripetuti, con linguaggi alquanto diversi dai lessici politici consolidati nel movimento. Le cooperative che rubano i soldi ai lavoratori, i poliziotti che escono con i pacchi di mozzarelle offerte da Granarolo per compensarli dei servigi offerti, i padroni ladri che approfittano della crisi per licenziare e ristrutturare a proprio vantaggio le condizioni salariali e di lavoro: qualcuno forse può storcere il proprio naso abituato a raffinate argomentazioni, per noi invece tutto ciò è costitutivo della lotta di classe. Solo per questa strada, e non attraverso scorciatoie retoriche, la lotta contro i corrotti può divenire lotta contro un sistema che produce corruzione.

Anche le “passioni”, sulla base del cui gradiente di tristezza o gioiosità molti compagni orientano i propri giudizi, qua ritornano sui piedi dello scontro di classe. Rabbia e perfino esasperazione si combinano con l’allegria, la voglia di vendetta verso i padroni e i suoi sgherri è al contempo desiderio del comune. Ricordiamo ancora quello che di recente ha scritto sul suo profilo facebook un lavoratore dell’interporto: “Vi giuro che il direttore di Arco Spedizioni scarica e carica le casse con -2 gradi mentre i lavoratori si scaldano fanno la grigliata e ascoltano la musica. Non è questo il comunismo?”. Per molti lavoratori migranti la lotta non è più solo una fase temporanea per ottenere qualcosa: è diventata una forma di vita e di socializzazione. Rivendicano di tornare alla loro occupazione, cioè al salario, ma sono irriducibili al ritorno alla normalità dello sfruttamento. Osiamo addirittura riprendere e rovesciare un termine che per noi è sempre stato correttamente nemico: integrazione. Nella sua retorica ufficiale, infatti, non è nient’altro che l’integrazione nello Stato e nella cittadinanza, nel cielo dell’eguaglianza formale e nell’inferno della diseguaglianza sostanziale, in breve nei circuiti dello sfruttamento e della valorizzazione del capitale. L’integrazione nelle lotte è invece la rottura dell’integrazione capitalistica, ovvero l’apertura dello spazio del comune e dell’autonomia. Ciò dimostra che la semplice constatazione dell’eterogeneità della composizione del lavoro vivo rischia di essenzializzare l’eterogeneità stessa, trasformarla in un dato di natura, correndo il rischio di sterilizzare ogni prospettiva di ricomposizione. Nei picchetti e nei blocchi, in questo spazio comune determinato dalle lotte, le differenze divengono invece elemento di creazione collettiva.

“Facchini senza legge”, titola un recente articolo di Dario Di Vico sul Corriere: nella “valle della logistica”, sostiene il noto giornalista di via Solferino, rischia di saltare tutto. I padroni iniziano ad avere paura, perché temono che si possa rompere l’unilateralità del ricatto. Il prefetto Sodano vorrebbe che fossero solo i lavoratori ad avere una pistola puntata alla tempia. Ma le cose possono cambiare, e non sono sempre gli stessi a trovarsi – metaforicamente – dalla parte sbagliata della canna.